Anno 2009

P R O G R A M M A

Giovanni Pierluigi da Palestrina (1525 – 1594)
“O Bone Jesu” – “Super Flumina Babylonis”. 
Palestrina fu uno dei pochi e fortunati musicisti della sua epoca a vantare una brillante carriera pubblica: la sua fama venne riconosciuta universalmente dai colleghi del tempo, ed i suoi servigi furono richiesti da diversi potenti d’Europa. Alla sua morte venne inumato nella Basilica di San Pietro, con una cerimonia funebre a cui partecipò una gran folla di musicisti e di persone comuni. Il linguaggio polifonico di Palestrina non si discosta tanto dalla maniera tradizionale dei maestri franco-fiamminghi, mentre l’arte contrappuntistica si sviluppa soprattutto in direzione dell’intellegibilità delle parole e di una sonorità ordinata in maniera da evitare l’enunciazione simultanea di testi diversi. L’opera di Palestrina fu realizzata soprattutto a Roma e per Roma, ad uso prevalentemente liturgico: i brani proposti sono due brevi e mirabili mottetti, tratti dalla vastissima produzione sacra.

Josquin Desprèz (1440 – 1521)
“Mille Regretz”. 
Compositore franco-fiammingo, scrisse una ventina di messe  (composte secondo varie tecniche: messa su cantus firmus, messa parafrasi,  messa parodia), un centinaio di mottetti e oltre 50 opere vocali profane (chansons e frottole) in francese e italiano.   La formazione giovanile in Fiandra, e la successiva permanenza in Italia (nel 1459 come “biscantor” presso la cappella del Duomo di Milano) spiegano l’originalità e l’apertura mediterranea della sua ispirazione. Se il gusto per la polifonia elaborata e la predilezione per gli artifici richiamano le native tradizioni fiamminghe, il carattere delle melodie, la chiarezza della struttura e l’esigenza espressiva ne fanno veramente l’ “homo novus” della polifonia dotta; ciò che si può attribuire all’influsso del canto popolaresco italiano e a quella sete di comunicativa affabilità che aveva trovato forma nelle frottole. Quel che distingue specialmente le pagine sacre di Josquin è l’intensità espressiva, che lo pone fra gli spiriti del Rinascimento italiano di cui è attore e testimone diretto.

Clément Jannequin (1475 – 1558)
“Toutes les nuictz”.
Allievo di  Josquin Desprèz, operò a Bordeaux e insegnò musica nella cattedrale di Angers. Verso il 1549 si stabilì a Parigi come cantore della cappella reale e come “compositore del re”.  È il maggior rappresentante della canzone polifonica francese del Cinquecento.Tra le 250 chansons, in massima parte a 4 voci, ebbero larghissima fortuna quelle di tipo descrittivo, vagamente popolaresco (La battaille de Marignan, Les chant des oiseaux, La chasse au cerf, Le rossignol, Les cris de Paris). Molte altre chansons, a sfondo sentimentale e moraleggiante, spiccano per la felice vena lirica,  la spontanea adesione della musica al testo,  la sciolta eleganza e la varietà ritmica.

Johann Sebastian Bach (1685 – 1750)
“Eins ist not! Ach Herr – dies Eine, Freuet euch, ihr Christen alle”.
Compositore, organista, violinista, clavicembalista e maestro di coro del periodo barocco, J.S. Bach è universalmente considerato uno dei grandi geni della musica. Esponente della famiglia di musicisti tedeschi più nota ai suoi tempi, operò una sintesi mirabile fra lo stile tedesco  e le opere dei compositori italiani (in particolare Vivaldi), dei quali trascrisse numerosi brani, assimilandone soprattutto lo stile concertante. La sua opera costituì la summa e lo sviluppo delle svariate tendenze compositive della sua epoca: la complessità strutturale, la difficoltà tecnica e l’esclusione del genere melodrammatico resero, tuttavia, la sua opera appannaggio dei musicisti più dotati, e ne limitarono la diffusione su larga scala, in paragone alla popolarità raggiunta da altri musicisti contemporanei. Dopo la morte la sua opera rimase nella semioscurità per decenni, e solo nel 1829 l’esecuzione della “Passione secondo Matteo”, diretta a Berlino da Felix Mendelssohn, riportò alla luce la grandiosità dell’opera compositiva di Bach.  I due brevi corali sono tratti da …

Claudio Monteverdi  (1567 – 1643)
Tirsi e Clori.
Monteverdi operò a Mantova e, dal 1613, a Venezia, componendo sia musica sacra che profana. Il brano proposto è un balletto pastorale, che  fu eseguito nel   Palazzo Ducale di Mantova  nel gennaio del 1616, omaggio di Monteverdi al nuovo duca, Ferdinando Gonzaga. Il ballo,  a cinque voci, presenta sei sezioni caratterizzate da una continua mutazione ritmica, a cui si collegherebbe un altrettanto mutare di figurazioni coreografiche. La sezione corale è preceduta da un dialogo fra Tirsi, pastore, e la sua ninfa Clori,  dialogo che in questa sede  non è presente. Scrive Monteverdi: “…giudicherei per bene che fosse concertato in mezza luna (vale a dire  in modo che gli esecutori potessero  formare un arco esteso, ndr) su li angoli de la quale fosse posto un chitarrone et un clavicembalo per parte”. La scrittura musicale è densa, polifonicamente varia, e non risparmia inconsuete difficoltà ritmiche.

Aaron Copland  (1900 – 1990)
Help us, Lord.
Compositore statunitense, Copland creò un proprio stile che risente di varie influenze: dalla musica classica a quella contemporanea, dal jazz ad una componente folklorica tipicamente americana. Dopo gli anni di formazione a Parigi, sotto la guida di Nadia Boulanger, nel 1924 tornò in America e cominciò a comporre le più svariate opere, tra cui si ricorda la “Sinfonia per organo e orchestra”, “Musica per il teatro” e un famoso “Concerto per piano e orchestra”. Con l’amico Roger Sessions fondò la Copland-Sessions Concert, in seguito  trasformatosi nell’American Festival of Contemporary Music. Il brano proposto è il primo dei Quattro Mottetti per voci miste, composti a Parigi nell’autunno del 1921, e rimasti inediti fino a poco tempo fa.

Arvo Pärt (1935)
Which was the son of… 
Musicista èstone contemporaneo  legato alla corrente  minimalista; proprio per la sua musica fu coniato il termine di “minimalismo sacro”, di cui è un riconosciuto esponente assieme a Henryk Górecki, Gianmartino Durighello e John Tavener. L’opera fu commissionata per il coro giovanile “Voices of Europe” riunito nel 2000 a Reykjavik (Islanda) per celebrare la città che in quell’anno era capitale europea della cultura. Se i primi due capitoli del Vangelo secondo Luca hanno fornito a molti compositori i preziosi testi del “Magnificat” e del “Nunc dimittis”, particolarmente adatti ad essere musicati,  non altrettanto può dirsi del terzo capitolo: la lunga lista di nomi non è poi così diversa da quella di un elenco telefonico. Pärt riesce ad evitare la monotonia variando continuamente le situazioni musicali: dopo un breve ma intenso inizio, perentorio come una ouverture barocca alla francese, i bassi propongono e le voci acute rispondono, in un gioco che ricorda il canto popolare e lo spiritual. Seguono una sezione più leggera, danzante in tempo ternario, ed un episodio dal solenne andamento omoritmico e accordale. Riappare ancora variata la parte danzante che, dopo un culmine fortissimo, si stempera per raggiungere la sobrietà e la semplicità delle ultime parole “…che era il figlio di Adamo, che era il figlio di…Dio”.

Andrea Mormina (1959)
Pater Noster.
L’opera si richiama ad un’idea di relazione con il divino libera da dogmi, sentita come intimo e diretto rapporto con il sacro,  visione di religiosità semplice e ancestrale. Il brano riprende gli stilemi musicali della polifonia occidentale, si richiama a Claudio Monteverdi ed al primo seicento, con l’innesto di alcuni elementi ritmici legati alle esperienze del novecento. La libertà nell’accostare materiali così eterogenei e storicamente distanti incarna un’idea di post-moderno che oggi trova la forza di emergere, a dispetto delle consuetudini compositive che hanno scandito un po’ dogmaticamente la musica contemporanea, e che, a fronte di un’apparente libertà espressiva, hanno appiattito molti musicisti su schemi prevedibili e, paradossalmente, accademici.

Béla  Bartòk (1881 – 1945)
Quattro canti slovacchi. 
Compositore ungherese, fu studioso della musica popolare dell’Europa orientale e del Medio Oriente, ed uno dei pionieri dell’etnomusicologia. L’arte di  Bartòk si inserisce a pieno titolo nella grande rivoluzione musicale degli inizi del ‘900.  I Quattro canti slovacchi, per coro a 4 voci e pianoforte,  furono composti nel 1917 e rappresentano una serie di vividi ritratti di scene  campestri: un malinconico canto nuziale, un canto dei raccoglitori di fieno e due canzoni da ballo. Dall’autobiografia di Bàrtok: “Lo studio di tutta questa musica contadina era per me di decisiva importanza perché rendeva possibile la liberazione dai sistemi maggiore-minore fino ad allora in vigore. Infatti, la gran parte del materiale melodico raccolto si basava sugli antichi modi ecclesiastici o greci o perfino su scale più primitive: il loro reimpiego permetteva combinazioni armoniche di tipo nuovo. Inoltre vi era una grande ricchezza di formazioni ritmiche molto libere ed estremamente varie, con frequenti cambiamenti di tempo.”

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