Anno 2008

P R O G R A M M A

GABRIEL FAURE’ (1845 – 1924)
Gabriel Fauré nacque a Pamiers,  nella regione del Midi-Pirenee,  il 5 dicembre 1845; studiò alla scuola Niedermeyer di musica sacra a Parigi insieme ad altri  grandi musicisti, tra cui Camille Saint-Saens. In seguito divenne organista alla Église de la Madeleine.
Fu compositore prolifico e  tra i suoi lavori si ricordano, oltre al “Requiem”,  l’opera “Pénélope”, la suite per orchestra “Masques et Bergamasques” (basata su musica per un dramma teatrale), e la musica per “Pelléas et Mélisande”. Scrisse anche musica da camera:  molto conosciuti sono i quartetti con pianoforte, ed inoltre  due sonate per violoncello e pianoforte, due sonate per violino e pianoforte, e diverse opere per pianoforte solo. Altrettanto conosciute sono alcune sue mélodies,  quali “Clair de lune”, “Après un reve”, “Les roses d’Ispahan”, ed alcuni cicli di mélodies, tra cui “La bonne Chanson”  su poesie di P. Verlaine.
Il suo ruolo di direttore del Conservatorio Superiore di Parigi rivela quanto fosse considerato tra i musicisti del suo tempo, in particolare per il ruolo di Maestro e di educatore; tra i suoi allievi troviamo  Maurice Ravel, George Enescu, Lili e Nadia Boulanger.
Nel novembre del 1924 Gabriel Fauré mori di polmonite a Parigi, e ricevette l’onore dei funerali di stato alla  Église de la Madeleine.

Requiem, opera n. 48
Fauré  iniziò il  Requiem nel 1887, come disse egli stesso “per il puro piacere di farlo”, anche se la scomparsa di entrambi i genitori poco tempo prima potrebbe averne ispirato la composizione. In quegli anni egli era maestro del coro presso l’elegante chiesa della Madeleine a Parigi, e qui il Requiem fu eseguito per la prima volta il 16 gennaio 1888 in una prima versione costituita da cinque movimenti: Introit et Kyrie, Sanctus, Pie Jesu, Agnus Dei, In Paradisum. L’Offertoire venne aggiunto l’anno seguente e il Libera me era stato composto già nel 1877 come pezzo a sè per baritono e organo.
Si tratta indubbiamente di una Messa da Requiem poco fedele alla liturgia: Fauré fece una scelta dei testi molto personale, dettata da una serena visione della morte sentita come “una gioiosa liberazione, l’aspirazione ad un felice al di là, piuttosto che un passaggio doloroso”. Non compaiono dunque i terribili lampi da “Giorno del Giudizio” che troviamo nei Requiem di Berlioz e di Verdi o gli accenti patetici di quello di Dvorak.
Oltre alla scelta dei testi da musicare, è assai significativa la scelta dell’organico strumentale voluto da Fauré: per la prima esecuzione alla Madeleine furono impiegati soltanto viole, violoncelli, contrabbassi, arpa, organo e timpani, una formazione decisamente insolita data l’assenza di due sezioni molto importanti in orchestra quali i violini e i legni. Ne risulta una sonorità più scura ma non cupa, morbida ma intensamente presente, dove il timbro mistico dell’organo è amplificato in senso espressivo dalla ricca gamma sonora degli archi, mentre l’arpa interviene con candore lunare ad infondere serenità e pace. In seguito il compositore aggiunse trombe, corni ed un violino solo;  la versione con l’orchestra sinfonica completa fu pubblicata solo nel 1901, pare unicamente per l’insistenza del suo editore. A nostro parere la versione originale si addice perfettamente alla sensibilità sottile di Fauré, assai lontana da quella ridondanza che spesso caratterizza la musica di fine ottocento, sensibilità e raffinatezza che ben presto saranno la cifra distintiva della poetica “impressionista” di autori come Ravel (allievo dello stesso Fauré) e Debussy.

Cantique de Jean Racine, opera n. 11

Il Cantico di Jean Racine fu composto da Faurè all’età di diciannove anni, quando, ancora studente presso la  scuola Niedermeyer di musica sacra, terminava i  corsi sotto la guida di  Camille Saint-Saens. Secondo J.M. Nectoux, autorevole studioso dell’opera di Faurè, “nel Cantico di Racine l’autore trova immediatamente il carattere e lo stile delle grandi composizioni polifoniche di cui si era imbevuto; la scrittura corale è chiara, i temi seducono per la loro semplicità, il fervore, la gravità di queste pagine sorprendono per la giovane età del compositore. Dal punto di vista estetico si potrebbe avvicinare il Cantico all’Ave Verum di Mozart”.
Questo piccolo capolavoro valse all’autore il primo premio di composizione nel 1865, anno del suo diploma. Alla prima versione per coro e organo, fecero seguito, nel 1866, una versione con quintetto d’archi, e nel 1906 una con orchestra.

Coro Polifonico dell’Acqua Potabile

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Soprano        Chiara Buttè
Baritono        Davide Baronchelli

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Orchestra da camera “San Zeno”

Violino                 Elena Ponzoni
Viole            Roberto Tarenzi (di spalla)
Ugo Martelli
Matteo Del Soldà
Paolo Fumagalli
Valentina Giangaspero
Violoncelli        Giorgio Casati
Giacomo Grava
Laura Stella
Eliana Gintoli
Contrabbasso    Andrea Quaglia
Corni            MirKo Landoni
Daniele Navone
Arpa            Stefania Moiraghi
Organo        Vincenzo Taramelli

Direttore        Mario Gioventù
Maestro del Coro    Andrea Mormina

Concerto Chiesa di San Francesco al Fopponino, via Paolo Giovio 31, Milano

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