Anno 2010

P R O G R A M M A

Il programma che presentiamo spazia in un arco di tempo assai ampio: la prima parte del concerto sarà dedicata infatti all’esecuzione di  brani di epoca rinascimentale e barocca, la seconda parte a brani di compositori di epoca classica romantica e moderna,  per concludere con un brano scritto nel 2010!

Henry Purcell (1659?-1685)
Dido and Aeneas
I primi brani che eseguiremo sono quattro  brevi cori tratti dall’Opera da camera di Henry Purcell Dido and Aeneas. Nel corso della sua breve esistenza  il musicista fu intensamente attivo presso la corte  d’Inghilterra,  dove svolse molteplici incarichi: compositore ordinario dei violini di corte,  cantore, organista e persino accordatore degli strumenti del re. La sua produzione include  tutti i generi sacri e profani  allora in uso; delle due scuole dominanti, quella francese e quella italiana, egli seppe fare una sintesi perfetta. Quando l morì, all’età di soli 36 anni, il cordoglio del mondo culturale inglese fu unanime.
Capolavoro assoluto del teatro d’opera  barocca inglese, “Dido and Aeneas”  venne  rappresentato  per la prima volta nel 1689. Nell’opera il coro ha come sempre il compito di commentare la vicenda:  nello specifico i suoi componenti rappresentano successivamente cortigiani, streghe, cupidi e marinai.
Poiché, com’è risaputo, l’amore fra Didone ed Enea non è destinato al lieto  fine,  le arie del coro da noi scelte sottolineano  sia i momenti di grande gaiezza per l’amore che sboccia (“To the hills and the vales” e “ “Fear no danger”), sia l’estrema tragicità dello struggente finale (“With  drooping”),  causato dai malefici dalle crudeli streghe invidiose dell’amore dei protagonisti (“Destruction’s  our  delight”).

Giovanni Pierluigi da Palestrina (1525 – 1594)
O Bone Jesu
Un salto nel secolo precedente per  onorare, con il breve e mirabile mottetto O Bone Jesu,  il più grande polifonista del Cinquecento, Giovanni Pierluigi da Palestrina.
Palestrina fu uno dei pochi e fortunati musicisti della sua epoca a vantare una brillante carriera pubblica: la sua fama venne riconosciuta universalmente dai colleghi del tempo, ed i suoi servigi furono richiesti da diversi potenti d’Europa. Alla sua morte venne inumato nella Basilica di San Pietro, con una cerimonia funebre a cui partecipò una gran folla di musicisti e di persone comuni. Il linguaggio polifonico di Palestrina non si discosta tanto dalla maniera tradizionale dei maestri franco-fiamminghi, mentre l’arte contrappuntistica si sviluppa soprattutto in direzione dell’intellegibilità delle parole e di una sonorità ordinata in maniera da evitare l’enunciazione simultanea di testi diversi. L’opera di Palestrina fu realizzata soprattutto a Roma e per Roma, ad uso prevalentemente liturgico.
Il viaggio a ritroso nel tempo  continua  ora con un musicista franco-fiamminghio del XV secolo.

Josquin Desprèz (1440 – 1521)
Mille Regretz
Josquin Desprèz, coevo di Leonardo e del giovane Michelangelo,  è il primo compositore a vedere  stampate le sue composizioni, il primo « classico ». Con lui finisce il Medioevo e comincia il Rinascimento in musica. Scrisse una ventina di messe, un centinaio di mottetti e oltre 50 opere vocali profane (chansons e frottole) in francese e italiano. La formazione giovanile in Fiandra, e la successiva permanenza in Italia (nel 1459 come “biscantor” presso la cappella del Duomo di Milano) spiegano l’originalità e l’apertura mediterranea della sua ispirazione. Se il gusto per la polifonia elaborata e la predilezione per gli artifici richiamano le native tradizioni fiamminghe, il carattere delle melodie, la chiarezza della struttura e l’esigenza espressiva ne fanno veramente l’ “homo novus” della polifonia dotta; ciò che si può attribuire all’influsso del canto popolaresco italiano e a quella sete di comunicativa affabilità che aveva trovato forma nelle frottole.
La chanson che  presentiamo,  Mille Regretz, nella quale prevale un tono malinconico,  si distingue subito per la limpidezza con cui esprime le parole,  rivelando in immagini sonore l’intimo senso del testo intonato.

Clément Jannequin (1485 ca – 1558)
Toutes les nuictz
Il compositore francese Clément Jannequin fu allievo di  Josquin Desprèz e operò a Bordeaux, dove insegnò musica nella cattedrale di Angers. Verso il 1549 si stabilì a Parigi come cantore della cappella reale e come “compositore del re”.  È il maggior rappresentante della canzone polifonica francese del Cinquecento. Tra le 250 chansons, in massima parte a 4 voci, ebbero larghissima fortuna quelle di tipo descrittivo, vagamente popolaresco (La battaille de Marignan, Les chant des oiseaux, La chasse au cerf, Le rossignol, Les cris de Paris). Molte altre chansons, come Toutes les nuictz  che ascolterete questa sera, a sfondo sentimentale e moraleggiante, spiccano per la felice vena lirica,  la spontanea adesione della musica al testo,  la sciolta eleganza e la varietà ritmica.

Johann Sebastian Bach (1685 – 1750)
Eins ist not! Ach Herr – dies Eine, Freuet euch, ihr Christen alle
Torniamo ora alla musica sacra con un corale di Bach che ci riconduce alle soglie del XVIII secolo.
Compositore, organista, violinista, clavicembalista e maestro di coro del periodo barocco, J.S. Bach è universalmente considerato uno dei grandi geni della musica. Esponente della famiglia di musicisti tedeschi più nota ai suoi tempi, operò una sintesi mirabile fra lo stile tedesco  e le opere dei compositori italiani (in particolare Vivaldi), dei quali trascrisse numerosi brani, assimilandone soprattutto lo stile concertante. La sua opera costituì la summa e lo sviluppo delle svariate tendenze compositive della sua epoca: la complessità strutturale, la difficoltà tecnica e l’esclusione del genere melodrammatico resero, tuttavia, la sua opera appannaggio dei musicisti più dotati, e ne limitarono la diffusione su larga scala, in paragone alla popolarità raggiunta da altri musicisti contemporanei, fra i quali anche alcuni dei suoi numerosi figli. Dopo la morte la sua opera rimase nella semioscurità per decenni, e solo nel 1829 l’esecuzione della “Passione secondo Matteo”, diretta a Berlino da Felix Mendelssohn, riportò alla luce la grandiosità dell’opera compositiva di Bach.

Amadeus Mozart (1756-1791)
Ave verum corpus K.618 – Adoramus te Christe K.327
E’ la volta di due brani, ancora di musica sacra, che portano la firma del sommo Mozart. Il primo dei due brani non avrebbe forse nemmeno bisogno di presentazione, poiché estremamente amato e popolare: si tratta di un mottetto, originale per coro misto, orchestra e organo,  composto dall’autore nel 1791, anno della sua morte. E’ una pagina breve e delicata ma intensissima, scritta per  la solennità del Corpus Domini; bastano le prime battute per immergere l’ascoltatore in un’atmosfera piena di pathos e indimenticabile.  
Il secondo brano, per coro a cappella, porta invece indebitamente la firma di Mozart. La storia  in breve è questa: durante una sua permanenza a Torino, in uno dei lunghi ed estenuanti viaggi cui  il giovanissimo compositore  era sottoposto, egli copiò, per proprio uso l’”Adoramus te Christe” del Gasparini; l’inconfondibile grafia mozartiana e l’autografo del musicista  fecero sì che il manoscritto fosse per lungo tempo attribuito a Mozart stesso.  Non dobbiamo però scandalizzarci per questo: all’epoca il concetto di diritto d’autore era ben diverso dall’attuale e la copiatura delle musiche altrui era spesso una necessità (non esistevano allora le fotocopie!) e un attestato di curiosità  e stima per l’autore del brano originale.

Felix Mendelssohn-Bartholdy (1809-1847)
Herr, nun lässest du deinen Diener in Frieden fahren
Ancora musica sacra, questa volta firmata da un grande rappresentante del romanticismo  tedesco, del quale vi proponiamo il mottetto Herr, nun lässest du deinen Diener in Frieden fahren.  I modelli del passato furono determinanti nella formazione di questo  compositore, che fu figura atipica nel panorama della musica ottocentesca. Il romanticismo aveva voltato le spalle alla musica dei secoli precedenti: né l’intricata costruzione polifonica barocca, né le razionali formule dell’epoca di Haydn e Mozart  rispondevano a quell’impellente necessità di esprimere sentimenti, che caratterizzava l’ideale romantico. Il giovanissimo Mendelssohn fu invece stimolato dal suo maestro F. Zelter ad un rigoroso studio del patrimonio musicale del passato. Per quanto riguarda la sua musica sacra, della quale fa parte anche il mottetto che ascolterete questa sera, sappiamo che essa nasce da una forte necessità interiore e dall’amore per le opere di antichi maestri quali Palestrina, Schutz e in particolare J.S. Bach, da Mendelssohn riscoperto dopo quasi un secolo di oblio. Da una lettera del luglio 1831: “Se le mie composizioni hanno qualche somiglianza con quelle di Bach, non posso farci nulla, poiché le ho scritte voce per voce nell’ispirazione del momento, e se quei testi mi hanno impressionato come era stato per il vecchio Bach, ne sono solo contento”.

Johannes Brahms (1833-1897)
In stiller nacht
Con In stiller nacht  del sommo compositore tedesco del nord torniamo nell’ambito della musica cosiddetta profana. Questo è uno dei numerosi  Deutsche  Volks lieder  scritti dall’autore fra il 1854 e il 1858;  si tratta canzoni popolari arrangiate da Brahms con grande semplicità armonica, senza alcuna particolare ricerca di originalità.   Il nostro brano,  uno dei più celebrati, fu pensato originariamente per voce sola e pianoforte, ma è noto anche nella versione per coro misto a cappella; le tristi immagini  del testo  sono mitigate dalla semplicità della melodia.

Benjamin  Britten (1913-1976)
A Ceremony  of Carols
A Ceremony  of Carolsfu composta da Britten nel 1942, durante un avventuroso viaggio in mare che riportava l’autore in Inghilterra , in piena seconda guerra mondiale, dopo un soggiorno negli Stati Uniti. Si tratta di nove canti, in stile popolare, ispirati da un libro di poesie medievali sul tema della  natività, che l’autore si era trovato fra le mani poco prima della partenza.  La sezione femminile del nostro coro -i brani infatti sono concepiti per  sole voci acute e arpa-  canterà tre di questi Carols.  Quando si sente parlare  di canti natalizi ci si immagina in genere di ascoltare qualcosa di abbastanza tradizionale, l’autore invece  ci sorprende con una atmosfera  musicale di grande originalità, insieme arcaica e modernissima; l’immagine del Bambin Gesù che esce da questi quadretti musicali è quella di un “esserino”  tutt’altro che docile e remissivo!

Andrea Mormina
Pater Noster – Di sogno
Ci sono alcuni brani del nostro repertorio cui siamo particolarmente affezionati: si tratta di composizioni scritte in questi anni dal M° Andrea Mormina che, pianista e compositore,  guida il nostro coro insieme al Maestro Mario Gioventù dal 2005.  Canteremo in questa occasione due sue composizioni.
Il  Pater Noster  si richiama ad un’idea di relazione con il divino libera da dogmi, sentita come intimo e diretto rapporto con il sacro, visione di religiosità semplice e ancestrale. Il brano riprende gli stilemi musicali della polifonia occidentale, guardando soprattutto a Claudio Monteverdi ed al primo Seicento, con l’innesto di alcuni elementi ritmici legati alle esperienze del novecento. La libertà nell’accostare materiali così eterogenei e storicamente distanti incarna un’idea di post-moderno che oggi trova la forza di emergere, a dispetto di consuetudini compositive che hanno scandito un po’ dogmaticamente la musica contemporanea.
Di sogno, dalle sonorità delicate, è un  brano  contemporaneo di stile “neotonale”, che riscopre cioè rapporti armonici consonanti che si pensavano per sempre esclusi dalla “nuova musica”. Non si deve, tuttavia, pensare ad una semplice  imitazione dei maestri del passato, ma, al contrario, ad un ampliamento della libertà compositiva, che consente di spaziare fra generi e periodi storici, senza per questo ridurre l’opera ad un esercizio di stile. Traspare  in questo brano  la ricerca di  una dionisiaca “rivincita del suono”,  dunque del corpo,  sulla “speculazione sopra i suoni”, cioè sulla mente.

Simone Del Baglivo, Andrea  Mormina
“UT”
“UT”, l’ultimo  brano del concerto, è firmato da due autori, Simone Del Baglivo, cantautore e corista, e Andrea  Mormina, del quale abbiamo detto in precedenza. Si tratta di un brano dal  titolo piuttosto insolito, soprattutto per chi non sa che con la sillaba “Ut” si designava anticamente la nota “Do”.
Fu Guido d’Arezzo (995 ca.-1050), il più importante teorico della musica medievale, ad utilizzare per primo  le sillabe Ut, Re, Mi, Fa, Sol, La, per  denominare i gradi  della scala (di sei suoni) allora in uso.  Egli trasse questi nomi dalle sillabe iniziali dei versi  di un inno gregoriano dell’VIII secolo,  l’Inno a San Giovanni,  molto noto ai cantori dell’epoca, in quanto San Giovanni era il protettore delle ugole. Nel  Seicento la sillaba “Ut” venne sostituita dal “Do” e infine   si arrivò alla scala moderna con l’aggiunta della nota “ Si”.  “Ut” nasce,  dapprima sotto forma di canzone, dal desiderio di Del Baglivo  di rendere un moderno  omaggio non tanto all’antico protettore della musica, quanto alle note stesse e al poderoso edificio musicale da esse scaturito nel corso dei secoli. Successivamente  il Maestro Andrea Mormina  dà alla composizione  una veste polifonica,  riscrivendo il brano per coro misto a quattro parti con l’aggiunta di pianoforte e arpa. La fresca e originalissima vena melodica del cantautore si incontra felicemente con la mano esperta del polifonista, il quale non stravolge lo stile della composizione originale, ma ne enfatizza gli aspetti melodici e ritmici più interessanti, inserendoli in un intreccio armonico assai coinvolgente.

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